Cerca

Da Orvieto una dedica speciale a Claudio Marchesi e altri altri militari italiani morti in Bosnia Erzegovina nella ricorrenza della Festa dell’Unità nazionale e della Giornata delle Forze armate.

Le celebrazioni del 4 novembre in città si sono svolte nel giorno del funerale del 35enne sergente dell’Aviazione dell’Esercito e nel rispetto del lutto cittadino proclamato dal sindaco Roberta Tardani. Presenti, per la Provincia di Terni, il consigliere provinciale Davide Melone, il presidente del consiglio comunale Stefano Olimpieri, e la consigliera Beatrice Casasole. Il vicesindaco Stefano Spagnoli ha invece rappresentato l’amministrazione comunale di Orvieto nelle manifestazioni organizzate a Terni dalla Prefettura.

Il gonfalone del Comune di Orvieto listato a lutto ha accompagnato il tradizionale corteo cittadino formato dai rappresentanti delle forze dell’ordine e delle associazioni combattentistiche che, dopo la deposizione della corona al monumento ai caduti nel piazzale del Liceo classico “F. Gualterio”, ha attraversato il centro storico omaggiando il monumento ai Sette Martiri al Belvedere, il monumento del 3° battaglione Granatieri “Guardie” e quindi il monumento ai caduti in Piazza Cahen. Qui è stato letto il messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

«Oggi, a Orvieto – ha detto il sindaco Roberta Tardani nel suo discorso – il 4 novembre ha il volto di Claudio Marchesi. Nella giornata in cui l’Italia celebra l’Unità nazionale e le sue Forze armate, la nostra comunità si prepara a salutare per l’ultima volta un suo figlio, morto in Bosnia mentre serviva il Paese. Dedichiamo a lui questa giornata, con un pensiero ai suoi compagni che hanno perso la vita e agli altri militari feriti. Alla sua famiglia va l’abbraccio di Orvieto. Un abbraccio che dovrà esserci anche domani quando le cerimonie saranno finite e il peso dell’assenza resterà. Durante i funerali solenni di ieri si è parlato “dell’Italia migliore” e di tutti gli uomini e donne impegnati al servizio della pace. Sono parole che innanzitutto ci chiedono di guardare dentro la vita di questi uomini e donne. Dentro la scelta di un mestiere che richiede preparazione, disciplina, responsabilità. Dentro le partenze, gli affetti lasciati a casa, i rischi affrontati. Anche Claudio aveva una vita, legami e progetti. Il nostro rispetto comincia da qui, dalla persona prima ancora che dall’uniforme. Essere operatori di pace significa lavorare perché altri possano vivere senza paura. In terre che hanno conosciuto la guerra, come la Bosnia, significa aiutare a custodire una pace ancora fragile. Significa esserci, ogni giorno, anche quando nessuno guarda e i riflettori sono lontani. Questa stessa responsabilità, con compiti diversi, accompagna il lavoro delle nostre forze armate e delle forze dell’ordine, lontano dall’Italia e nelle nostre città. La riconosciamo in chi interviene in un’emergenza, in chi protegge una persona minacciata, in chi trascorre la notte in servizio mentre le nostre famiglie riposano. Un lavoro del quale spesso ci accorgiamo soltanto quando ne abbiamo bisogno. E al quale dobbiamo invece attenzione, rispetto e sostegno anche nella normalità».

«In questi giorni – ha proseguito – porto con me due immagini che stridono profondamente. Da una parte, un Paese che si raccoglie intorno ai suoi ragazzi, tornati dentro bare avvolte nel Tricolore dopo aver lavorato per la pace. Dall’altra, le scene di devastazione che abbiamo visto nelle ultime settimane nelle nostre città con strade trasformate in luoghi di scontro, distruzione e violenza. Manifestare per chiedere un Paese migliore è un diritto sacrosanto. Lo è contestare, denunciare le ingiustizie, pretendere risposte dalle istituzioni. E chi governa e amministra ha il dovere di ascoltare, anche quando le parole sono dure. Ai nostri figli dobbiamo un Paese nel quale possano far sentire la propria voce e credere che quella voce conti. Ma la violenza toglie spazio proprio a quella voce. Distruggere e seminare paura non avvicina nessuna soluzione. Lascia ferite, alimenta diffidenza e rende più difficile persino ascoltarsi. Un Paese migliore si costruisce riconoscendo e affrontando i problemi, rispettando chi la pensa diversamente e facendo ciascuno la propria parte. “L’Italia migliore” vive nelle persone che si assumono una responsabilità e la portano avanti ogni giorno. Come Claudio che aveva scelto di fare la sua parte mettendosi al servizio del Paese e della pace. È questa scelta che oggi consegniamo alla memoria della nostra città, insieme al suo nome. Perché ricordare Claudio significa ricordare il valore di tutti coloro che, ogni giorno, si prendono cura della sicurezza, della libertà e della pace di tutti noi. A loro, a voi, oggi e domani diciamo grazie. Siamo fieri di voi e ci rendete fieri di essere italiani. Viva l’Italia e viva le forze armate!».