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Con le sue dimissioni Bandecchi dimostra ciò che abbiamo sempre pensato di lui. 

Un imprenditore che voleva  utilizzare un territorio in crisi come laboratorio per fare i suoi comodi, avere le telecamere nazionali, fare affari, oppure diventare famoso con la politica. 

Molti, non tantissimi, hanno creduto in lui, diranno alcuni. Perché? I motivi sono due. 

Il primo risiede nel mix tra speranza e ammirazione per un sedicente uomo di successo pieno di soldi. Un fenomeno che con il suo potere avrebbe potuto portare investimenti o elargire qualche vantaggio a chi si fosse seduto alla sua corte e molti si sono accomodati sfregandosi le mani. L’altro motivo è più profondo e risiede nella sfiducia per la democrazia che attraversa questo tempo. Si pensa che l’uomo forte (o la donna con gli attributi!) con il decisionismo dei pieni poteri (do you remember?), o con il carattere sanguigno e determinato del “decido tutto io”, possa risolvere quello che la complessità della democrazia non riesce a risolvere. 

La parabola di Bandecchi dimostra proprio il contrario.

Bandecchi ha adorato fare la campagna elettorale, spararle a destra e sinistra ma una volta seduto sulla poltrona da sindaco ha immediatamente perso l’entusiasmo. 

Come il bambino viziato che scartato il gioco tanto ambito lo butta in un angolo per volerne subito un altro: -adesso mi candido alle europee e voglio fare il presidente del consiglio- dice. La verità è che non è in grado di affrontare nessun problema: l’ospedale, l’inceneritore, il pala termi, il futuro dell’acciaieria, del polo chimico, il bilancio del comune, la violenza sulle donne, il semplice gestire il ruolo con dignità e onore. 

Non ha progetti nuovi per la città e si e’ accorto che non ha una squadra, ma solo seguaci che non hanno ne’ competenze specifiche ne’ idee. 

La verità è che governare è fatica, e’ grande studio dei problemi, e’ ascolto, e’ lavoro collettivo, e’ generosità e ambizione di aiutare e migliorare il benessere comune. Non è sbornia di potere. Per farlo serve l’impegno e la partecipazione di tutti i cittadini. Non possiamo pensare di usare le urne per uno sfogo, una speranza o un divertimento. La democrazia vive ogni giorno e con il nostro apporto attivo di partecipazione. Così si costruisce un nuovo futuro anche per la nostra città in crisi. Nessuno ci salverà se non lo faremo da soli, ma Terni ha le energie per farlo e può iniziare a riscattarsi.

La manifestazione del 27 Gennaio, convocata dalle forze progressiste e dalle associazioni, lo ha dimostrato. Da una parte i ternani che costruiscono dal basso il bene dalla città, dall’altra Bandecchi con il suo congressino Nazionale flop e le sue fatue ambizioni di gloria. Da qui possiamo ripartire, dalla piazza del 27 Gennaio, rimboccandoci le maniche per una svolta positiva per la nostra città. 

 

Federica Porfidi, Segretaria provinciale Sinistra Italiana Terni