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Dentro quello storico stabilimento non funziona più niente. Mancano persino i più elementari strumenti aziendali per svolgere le basilari attività di gestione in condizioni di sicurezza e dignità per i dipendenti.

È rimasto uno sparuto manipolo di persone, senza una guida valida, riconosciuta e autorevole, che in parte presidia il sito e in parte prova ancora a soddisfare i desiderata della proprietà cinese.

Tutto il resto dell’organico, ormai ridotto a meno di 60 unità, è in cassa integrazione straordinaria da quasi un anno. Il prossimo mese di maggio la cassa scadrà e, ad oggi, non si rileva ancora alcun movimento concreto per un suo ormai prevedibile e auspicabile rinnovo. Nel frattempo, stipendi e anticipi di cassa vengono erogati costantemente in ritardo.

La proprietà, venuta in presenza prima di Pasqua per incontrare le istituzioni, continua a presentare grandi e pretenziosi progetti che già nella loro esposizione appaiono utopistici e difficilmente realizzabili. Si parla, infatti, di un mega impianto fotovoltaico sui terreni idonei regionali per coprire i consumi della fabbrica.

Corre quindi l’obbligo di ricordare che fine abbia fatto quel magnifico e strabiliante progetto sulla produzione della grafite per le batterie, presentato a suo tempo in pompa magna alla cittadinanza al San Domenico di Narni.

E, soprattutto, non può essere tralasciata la questione dell’idrogeno verde. A poco più di due mesi dalla data ultima di consegna, nulla ancora si vede del progetto PNRR per la produzione di idrogeno verde. Non si tratta di un dettaglio secondario: la cancellazione di fatto dell’unico progetto pilota contenuto nel PNRR dell’Umbria rappresenterebbe un danno gravissimo per l’intero territorio, non solo sul piano industriale e occupazionale, ma anche in termini di innovazione tecnologica, transizione ambientale ed energetica.

Anche su questo punto la proprietà ha beneficiato di una rilevante apertura di credito da parte delle istituzioni e del territorio. Apertura di credito che, alla prova dei fatti, non ha prodotto risultati concreti, ma solo annunci, promesse e aspettative puntualmente disattese.

Nel frattempo, Sangraf ha avviato presso il Tribunale di Terni una procedura di ristrutturazione del debito con misure protettive, attraverso la quale viene richiesto alla moltitudine dei creditori di accettare la proposta aziendale del pagamento del 50% dei debiti, al fine di evitare il fallimento e mantenere il cliente per un’ipotetica futura collaborazione.

Ma qui la domanda nasce spontanea: vorranno davvero i fornitori continuare a lavorare per un’azienda che in innumerevoli occasioni ha disatteso i pagamenti e che, ad oggi, non offre alcuna garanzia reale sulla continuità produttiva? Oppure preferiranno rifiutare, puntando al fallimento, con possibile ristoro da parte della curatela attraverso la vendita dei beni e magari la cessione degli asset a nuovi e ben più attrezzati soggetti imprenditoriali, realmente interessati alla rinascita dello stabilimento?

I malpensanti — tra i quali, sia chiaro, non ci schieriamo — potrebbero persino pensare che Sangraf abbia avviato questa procedura non tanto per una vera volontà o capacità di risanare l’azienda, quanto piuttosto per bloccare strumentalmente le azioni esecutive dei creditori, prolungando i tempi senza una reale prospettiva di soluzione. Il rischio è che tutto finisca con il fallimento della procedura e con l’arrivo di una newco di scopo pronta a rilevare gli asset, in barba al legittimo pagamento del sacrosanto dovuto ai fornitori.

Allo stato attuale, deve rilevarsi come siano state disattese tutte le roboanti promesse e tutti i trionfali proclami fatti da questa proprietà, che aveva annunciato una miracolosa crescita per il nostro territorio. Al contrario, occorre constatare che, fino ad oggi, si è preso a piene mani: fiducia, tempo, credito istituzionale, aspettative dei lavoratori, risorse e opportunità pubbliche. Senza restituire al territorio risultati concreti e senza garantire nemmeno il giusto compenso per quanto ricevuto.

La generosa gente di questo territorio chiede soltanto di vedersi riconoscere quel minimo non negoziabile di rispetto.

Parliamo di lavoratori, fornitori, famiglie, cittadini e imprese locali: gente onesta, schietta e trasparente, che non pretende null’altro se non che tutte le istituzioni coinvolte in questa vicenda — amministrazioni locali, Provincia, Regione, Governo e sedi ministeriali — insieme alle competenti autorità giudiziarie e ai loro ausiliari, commissari giudiziali, curatori e soggetti incaricati, svolgano fino in fondo le proprie funzioni con la massima onestà, limpidezza e responsabilità.

Perché qui non è in gioco soltanto il destino di una singola azienda. È in gioco il futuro industriale di un pezzo importante del territorio ternano-narnese, la credibilità delle politiche pubbliche sull’innovazione e sulla transizione energetica, e il rispetto dovuto a chi, per troppo tempo, ha pagato il prezzo di promesse mai mantenute.

Segreteria provinciale SINISTRA ITALIANA – AVS Terni