Oltre 180 mila euro tra denaro e beni sono sottoposti a sequestro preventivo dalla guardia di finanza di Perugia, in esecuzione di un decreto del gip, nei confronti di un soggetto residente in Calabria che risulterebbe coinvolto, unitamente ad altre due persone, una residente nelle Marche e l’altra a Bastia Umbra, in una presunta truffa ai danni di due società, con sede ad Assisi, facenti capo allo stesso gruppo e operanti nel settore della fabbricazione di imballaggi in materie plastiche.

I rappresentanti legali delle società avevano denunciato di essere stati contattati da due degli indagati che – si legge in un comunicato della Procura di Perugia – avrebbero prospettato la possibilità di ottenere ingenti finanziamenti europei, mediante la partecipazione ai bandi indetti dalla Commissione, avvalendosi di due società (una irlandese e l’altra britannica) per presentare la documentazione e per la prestazione della prevista garanzia fidejussoria.

La serietà e la fattibilità della proposta, secondo la guardia di finanza sarebbero state comprovate attraverso false delibere, riportanti loghi ed intestazioni della Commissione europea, certificanti l’avvenuta concessione dei finanziamenti nonché di (ritenuta falsa) documentazione bancaria relativa all’accredito (è emerso mai avvenuto) di somme su un conto corrente intestato ai beneficiari del finanziamento acceso presso una filiale londinese di una banca estera.

Dalle indagini è emerso che per l’attività erano stati versati, con bonifici su conti correnti irlandesi e lussemburghesi intestati alle due società estere, oltre 180.000 euro. Nel maggio scorso, a fronte della mancata erogazione dei contributi e di giustificazioni considerate labili e prive di riscontri da parte delle società estere e dei presunti “mediatori”, i due imprenditori umbri sporgevano denuncia al Nucleo di polizia economico – finanziaria di Perugia. I finanzieri hanno così ricostruito il flusso dei pagamenti fatti dalle parti offese che, dai conti correnti esteri, sono risultati confluiti su uno acceso presso una filiale milanese di una banca italiana, intestato – riferisce ancora la Procura – al terzo soggetto indagato residente in Calabria.