La rabbia va rispettata. Ma se il dissenso, il conflitto e la sofferenza vanno prioritariamente considerati, chiunque abbia un ruolo pubblico (istituzionale e non) deve sentire tutto il peso della responsabilità delle proprie azioni. E lavorare per aggregare una comunità che quando c’è di mezzo la vita stessa delle persone, si aiuta, si protegge, coopera. Quando lo Stato chiede a qualcuno di farsi carico nella sfera individuale del bene collettivo deve tutelare, garantire, dare risposte. “Se mi chiudi, mi paghi” questo deve essere, né più né meno. Anche le istituzioni locali, quindi, dovrebbero contribuire per quanto nelle loro competenze e possibilità a combattere le nuove disuguaglianze che malgrado tutto ed inevitabilmente il Covid sta portando nelle nostre società.

Centinaia di persone ieri a corso Tacito a Terni, oggi e domani in altri centri storici dell’Umbria, rischiano però di aggravare esponenzialmente il problema. Gettare benzina sul fuoco e diventare la causa di un’ulteriore esplosione del contagio nel mese di novembre non può essere un atteggiamento per chi ha la responsabilità di guidare una comunità. È necessario far capire a chi manifesta di non ripetere più situazioni come quelle accadute poche ore fa a Terni. Le strutture sanitarie umbre sono sature. Le responsabilità le conosciamo benissimo, ma non è questo il giorno di discuterne. L’afflusso in massa di persone sintomatiche negli ospedali avrebbe come unica conseguenza il collasso generalizzato del sistema sanitario: gli ammalati, non solo di Covid ma soprattutto di tutte le altre patologie urgenti e non, potrebbero non trovare più cure sufficienti, un impatto devastante. Le terapie intensive sono già piene ed iniziano ad ammalarsi anche gli operatori sanitari.

Manifestare è un diritto anche in maniera conflittuale, dura, intensa, persino con azioni dirette e di disobbedienza civile. Ma non con assembramenti in piazza. Chi oggi nelle istituzioni soffia sul fuoco della protesta antepone ancora una volta i diktat di partito al bene collettivo. Chi pensa che con fini e mezzi eversivi si possa cavalcare la rabbia a proprio favore non ha ancora ben chiara la catastrofe verso cui ci stiamo dirigendo. Se oggi a manifestare c’è chi rischia di perdere i mezzi di sussistenza domani potrebbe esserci chi vedrà chiudere le porte degli ospedali ai propri cari che necessitano di cure.