E’ trapelata in questi giorni la notizia relativa alla delibera numero 392 licenziata il 5 Dicembre dalla giunta comunale di Terni nella quale è prevista la cessione a Umbriadue (azienda privata controllata da ACEA) di parte delle quote della SII (l’azienda che si occupa del servizio idrico) che fanno capo a ASM con il fine esplicito di riequilibrare finanziariamente la società.

A seguito di questa transazione Umbriadue diventerebbe titolare del 43% delle quote private della SII consentendo alla multi utility romana ACEA di diventarne l’azionista privato di maggioranza e consentendo allo stesso tempo ad ASM di incassare 6 Milioni di Euro (questa la valutazione assegnata alle quote oggetto di cessione) necessari a regolare varie partite creditizie tra l’azienda e il comune di Terni.

La strada intrapresa da palazzo spada, tuttavia, presenta un inconveniente non da poco: porterebbe a rendere potenzialmente più agevole una scalata alla gestione di un bene primario come l’acqua da parte di una multi utility privata, mettendo a rischio la gestione pubblica di una risorsa che non può essere tolta dalla disponibilità di tutti i cittadini e che deve essere trattata secondo logiche non esclusivamente privatistiche, nelle quali aumenta il rischio che venga gestita guardando molto i costi e i profitti e meno la sua corretta distribuzione, andando contro, peraltro, quel referendum che nel 2011 vide il 90% dei ternani opporsi ad una gestione privata dei servizi essenziali quale, appunto, quello dell’acqua.

Questa di risolvere i problemi di cassa svendendo parte del patrimonio pubblico è purtroppo una pratica già vista più volte in Italia a partire dagli anni ’90 e messa in atto dai governi di ogni colore politico, anni nei quali si è assistito ad uno smantellamento del patrimonio industriale dello Stato attuando privatizzazioni massicce senza un’adeguata programmazione e senza ritorni congrui inseguendo il mito della maggior efficienza privata. Ora, posto che per migliorare l’efficienza di un’impresa è maggiormente importante un giusto mix pubblico-privato e una corretta incentivazione di un management competente più che la natura della sua proprietà, la strada intrapresa da un governo che si è posto come “governo del cambiamento” è quindi una storia già vista: svendere per tappare le falle, pensando all’immediato beneficio economico e finanziario e mettendo in secondo piano programmazione e tutela del patrimonio pubblico del comune di Terni e dei suoi cittadini.

Dal punto di vista di chi scrive non possono essere queste le soluzioni, il fine primario di un ente pubblico dovrebbe essere quello di gestire i beni fondamentali di cui ogni individuo deve poter disporre, tutelando la comunità che amministra e programmando a medio-lungo termine una corretta gestione del suo patrimonio e una corretta allocazione delle sue risorse.

Così facendo il governo locale a trazione leghista, invece, inverte la tendenza di un’azienda a guida pubblica che si stava consolidando e intraprende strade già percorse negli ultimi 3 decenni con risultati discutibili. Il cambiamento che cercavano i ternani non possiamo pensare che fosse questo, per queste ragioni va condannata con decisione un’operazione che sarebbe dannosa per il futuro del nostro territorio.

 

LEONARDO PATALOCCO

PD Terni