Nell’ultima parte del 2019, prima dell’inizio della crisi prodotta dalla pandemia di Covid-19, l’economia ternana ha mostrato segnali di lieve crescita in quasi tutti gli ambiti, dalle imprese alle esportazioni, dal mercato del lavoro al turismo. Ma nella prima parte del 2020

l’insorgere dell’emergenza sanitaria ha condotto a provvedimenti di sospensione delle attività produttive che hanno coinvolto circa la metà del complesso imprenditoriale ternano e i cui effetti negativi saranno probabilmente visibili “per, almeno, il proseguo di tutto l’anno”.

Lo dice il rapporto statistico ‘Indicatori dell’economia ternana’, aggiornata al 31 dicembre 2019, realizzato dall’Osservatorio provinciale istituito in prefettura. A parteciparvi sono Istat, Arpal Umbria, Camera di commercio, Inps e Ispettorato territoriale del lavoro Terni-Rieti, con il contributo informativo della Banca d’Italia.

Lo studio, oltre a illustrare il quadro d’analisi complessivo del 2019, cerca di dare conto dell’impatto dell’emergenza sanitaria nella provincia. Qui la sospensione dell’attività ha riguardato oltre 8 mila unità produttive (il 48% del totale), che impiegano 23 mila addetti (il 41,8%) e generano 3,8 miliardi di euro di fatturato (il 42,4% del livello complessivo) e 810 milioni di valore aggiunto (35,8%).

Con riferimento ai principali macro-settori economici, i provvedimenti di chiusura hanno riguardato in maniera più pervasiva l’industria (58,9%). Al contempo, nel terziario l’incidenza delle unità locali che operano in comparti la cui attività è stata interrotta è del 45,2%.

In merito ai principali settori di attività, la sospensione ha riguardato il 70% delle attività di costruzione (oltre dieci punti percentuali più elevata che nella manifattura), mentre tra i servizi ha superato il 90% nelle attività di alloggio e ristorazione. Quasi assente nelle attività professionali, tecniche e scientifiche.

Quanto al valore aggiunto, l’impatto della mancata attività risulta pari al 16,6% di tutto il valore provinciale. La provincia di Terni risulta meno colpita rispetto all’intera regione Umbria e al complesso del Paese, dove la quota di valore aggiunto ‘sospeso’ è pari, rispettivamente al 18,1% e al 20,4% di quello del totale dell’economia.