Ritardi sistematici da parte del Comune di Terni nell’erogazione del contributo sostitutivo dell’assistenza domiciliare mettono in difficoltà quelle persone che, pur con una disabilità grave, riescono comunque a vivere in autonomia.

Il caso emblematico è quello di Yari Lupattelli.

“Sono un ragazzo del 1982 – racconta Yari – sono affetto da tetraparesi spastica dovuta a sofferenza fetale. La mia disabilità non mi ha mai impedito di cercare l’indipendenza, ovviamente nei limiti della mia condizione. Per questo ho frequentato regolarmente la scuola e ho conseguito il diploma di tecnico di gestione aziendale. Dal 1989 al 2004 ho usufruito dell’assistenza degli operatori delle cooperative che mi hanno aiutato, insieme alla fisioterapia, a raggiungere quel grado di autosufficienza che oggi mi permette di badare alla mia cura personale, di muovermi in autonomia all’interno della mia abitazione e di essere integrato nella società”.

Yari Lupattelli ricorda che dalla fine del 2004 usufruisce del contributo sostitutivo dell’assistenza domiciliare, un meccanismo di sostegno previsto dal Comune e incardinato in un percorso di assistenza ben preciso.

“Tale contributo – spiega – viene corrisposto dall’amministrazione comunale direttamente alla persona con disabilità che presenta un regolare contratto di lavoro a favore di un soggetto terzo. Dal 2010 ad oggi non è mai regolare tranne nel periodo in cui l’assessorato ai servizi sociali è stato guidato da Marco Celestino Cecconi.

A causa di questi ritardi e irregolarità, moltissime volte mi sono trovato in serie difficoltà nell’assolvimento degli obblighi verso il mio dipendente”.

Yari Lupattelli insiste: “sono perfettamente consapevole dei miei limiti ma ciò non mi impedisce di avere una vita regolare. Comprendo le difficoltà del Comune tant’è vero che ho avanzato delle proposte alternative al contributo e al ricorso all’operatore sociale, che mi avrebbero comunque consentito di vivere in autonomia, ricevendo sempre risposta negativa. Chiedere, inoltre, a un soggetto con una patologia che non è degenerativa di presentare ogni anno il piano di assistenza individuale è una enorme banalità che appesantisce sia il lavoro degli enti preposti (Asl e Comune) sia quello del soggetto stesso che già dimostra a tali enti l’utilizzo regolare del contributo attraverso la presentazione trimestrale dei contributi Inps pagati e delle regolari buste paga. Accanto a tutto questo, come persona socialmente impegnata, già da tempo vado lamentando, con i soggetti preposti, i limiti della legge n.328 del 2000, che regola tali situazioni”.