Il virus non è sconfitto ma in Umbria, dove si è arrivati a toccare per due giorni consecutivi contagi zero e oggi conta un solo nuovo caso, a due mesi dal lockdown, la pressione sulle terapie intensive si alleggerisce.

Considerata regione benchmark italiana per la gestione dell’emergenza Covid-19, con una media di decessi inferiore a quella del resto del Paese e dei guariti superiore ai dati nazionali, l’Umbria ha praticamente raddoppiato i posti di terapia intensiva per l’emergenza Covid-19. Anche se a ora dei 51 ricoverati attuali per il virus, solo sei sono in terapia intensiva.

“Dall’inizio della pandemia possiamo dire che la pressione sulle terapie intensive si sta alleggerendo – ha confermato la dottoressa Rita Commissari che dirige il reparto di Rianimazione e anestesia dell’ospedale di Terni – ma noi, sin dall’inizio, siamo riusciti ad organizzarci per affrontare una situazione molto più difficoltosa di quella attuale e questo ci ha permesso di affrontare con sicurezza, tranquillità l’emergenza coronavirus”.

 

“In Umbria la letalità è più bassa rispetto ad altre regioni – ha proseguito la responsabile della Rianimazione di Terni – e il nostro sistema sanitario è di qualità, è stato in grado di far fronte a questa emergenza e mettere a sistema tutti i servizi necessari, dalla rete territoriale alle aziende ospedaliere, agli ospedali più piccoli. Poi i numeri non travolgenti, come in alcune regioni del nord, ci hanno sicuramente aiutato. Come anestesisti e rianimatori siamo abituati a fronteggiare situazione critiche e a trattare insufficienze respiratorie molto gravi – ha spiegato la dottoressa Commissari – come appunto l’insufficienza respiratoria causata dal coronavirus, ma non era mai capitato di trattare in una terapia intensiva un numero così elevato di affetti dalla stessa patologia”.

E nella lotta al Coronavirus c’è anche l’impegno contro la solitudine e l’isolamento sanitario del malato, lontano dai propri cari. “All’interno della nostra terapia intensiva tutti i giorni – spiega la dottoressa – il medico di guardia chiama i familiari a casa e li informa di tutto ciò che si sta facendo e di come sta procedendo la malattia. Non solo. Per i pazienti che sono in grado di comunicare abbiamo utilizzato degli smartphone per farli parlare con i familiari. Nella nostra azienda, inoltre, è attiva una collaborazione con il servizio di psicologia clinica, vale a dire che i nostri psicologi contattano le famiglie dei nostri pazienti e, coloro che ritengono opportuno un interessamento, iniziano questo percorso.

Abbiamo anche il nostro padre Angelo che fornisce il supporto religioso ai nostri malati e alle famiglie quando lo richiedono. Tutto ciò ci ha consentito di ‘umanizzare’ al massimo questa esperienza che ha isolato le famiglie per ovvi motivi”.

Un’altra faccia della malattia che ha portato a un legame profondo tra i malati e chi ogni giorno si occupa di loro. “Le emozioni sono tantissime in queste situazioni – ha sottolineato la dottoressa Commissari – veramente forti che non dimenticheremo mai. Il piacere di vedere il sorriso e il pianto di alcuni pazienti che sono usciti da veri e propri incubi. Le loro parole, le loro emozioni così come le emozioni dei loro familiari. Sicuramente è una esperienza che avrà su tutti noi un impatto che non dimenticheremo mai”.