La crisi economica ha modificato aspettative di lavoro e di vita, spesso ridimensionandole, ma i giovani laureati umbri dimostrano una forte capacità di adattamento rispetto ai cambiamenti in atto sebbene con sfumature diverse e nonostante una mobilità sociale fra generazioni con un andamento discendente. E’ quanto emerge dal rapporto di ricerca su “Giovani laureati umbri, diventare grande in tempo di crisi”, che ha indagato 688 laureati con meno di 35 anni, di cui 419 donne (60,9%), per l’81,5% residenti in Umbria e provenienti da diversi corsi di laurea.

Più della metà dei laureati intervistati dal rapporto Aur vive a casa dei genitori, giudica positivamente l’aver completato un corso di studi universitario, è disponibile ad allontanarsi dal luogo di residenza in favore di un lavoro più gratificante, non considera il posto fisso come il posto per la vita ed è propenso ad accettare il rischio di impresa pur di uscire dall’immobilismo e raggiungere indipendenza e autonomia, seppure sentendosi “poco europeo”. Tra i motivi che hanno spinto i giovani umbri a scegliere il percorso universitario, secondo quanto illustrato dal ricercatore di Aur Marco Carniani, c’è l’interesse verso la disciplina (51%), le prospettive di lavoro (34%), pressioni e pareri di amici e familiari (10%) e vicinanza a casa (5%). Centotrentuno degli intervistati si iscriverebbero nuovamente (19%), mentre la restante quota lo rifarebbe seppure il 31% cambierebbe Ateneo, il 26% la Facoltà ed il 33% il Corso seguito, soprattutto a causa dell’insoddisfazione degli sbocchi professionali (31%). Solo il 35% non cambierebbe nulla del percorso seguito. I giovani avvertono sempre più l’idea di un sapere “eccedente” rispetto a ciò che chiede il sistema economico e l’idea è che studiare non serve. Per quanto riguarda i valori, danno maggiore importanza alla serenità, alla famiglia, alla giustizia, all’onestà e alla libertà. Infine, rispetto all’identità territoriale l’appartenenza nazionale è quella che prevale (27%), anche se il sentirsi cittadini del mondo risulta molto importante (25%), mentre il sentimento di identità europeo è in fondo alla classifica. Più della metà dei laureati umbri (il 56%) vive nella casa dei genitoriha affermato il ricercatore Aur Andrea Orlandi. Per arrivare all’età adulta e all’autonomia in media ci vogliono tre anni per gli uomini (dai 25,5 anni, con la conclusione degli studi, ai 28,5 anni con la nascita del primo figlio) e quattro per le donne, che però tendono a lasciare la casa paterna circa sei mesi prima di aver concluso gli studi. Le donne danno grande importanza all’indipendenza economica, alla realizzazione professionale e alla “realizzazione del sé”, anche in rapporto alle ulteriori tappe di transizione alla vita adulta che viene completata solo una volta conquistate quelle posizioni ritenute adeguate alle proprie aspirazioni e aspettative. La crisi economica ha minato la fiducia nel futuro e ha messo in discussione i tradizionali rapporti di genere nelle famiglie di giovani laureati. Pur prevalendo il modello della famiglia della classe media impiegatizia, in Umbria sono sempre di più le laureate lavoratrici che hanno partner senza occupazione e che diventano l’unica fonte di reddito familiare. L’estrazione sociale e culturale della famiglia di origine inoltre determina le chances di una positiva allocazione sociale dei figli e quindi, indirettamente, il loro percorso di adultizzazione. Tra i laureati umbri che hanno raggiunto l’indipendenza economica oltre il 60% sono figli di altrettanti laureati e appartenenti alla classe media impiegatizia o alla classe dirigente. Sono i giovani provenienti dalle famiglie di laureati e diplomati ad avvertire un peggioramento della propria condizione reddituale. Al contrario, i laureati maschi che hanno alle spalle famiglie con i livelli d’istruzione più bassi condividono una percezione più positiva del proprio livello di reddito. Per quanto riguarda la propensione a fare impresa, cioè il momento ex ante la decisione di rischiare in un’avventura imprenditoriale in proprio, la mobilità sociale tra le generazioni, nella nostra regione, tende a seguire una dinamica discendente: i giovani umbri hanno maggiori possibilità dei coetanei italiani, una volta diventati adulti, di occupare una classe sociale inferiore a quella da cui provengono. In un contesto economico sfavorevole, l’interesse mostrato dalle donne laureate per l’avvio di un’attività autonoma è mediamente più alto rispetto agli uomini. Le donne hanno maggiore interesse per carriere “alternative” a quelle dei propri genitori, tradizionalmente ritenute più sicure. La crisi economia, inoltre, può rappresentare un’occasione per quanti scontano un gap sociale in partenza, che in condizioni normali avrebbero comportato la mancanza di relazioni in grado di sostenere l’accesso a postazioni lavorative di pregio. Relativamente all’ambizione al “posto fisso” appartiene a chi ha vissuto positivamente il percorso universitario, mentre chi conta su se stesso per avviare una propria attività è meno soddisfatto delle competenze trasmesse dall’università. Tra le motivazioni che portano a fare impresa: l’aspirazione alla realizzazione professionale, l’insoddisfazione rispetto alla spendibilità delle competenze ricevute dall’università, la mancanza di alternative, il bisogno di identità sociale. Per i giovani laureati umbri fare impresa significa combattere contro la “palude dell’immobilismo” in cui si sentono costretti, indipendenza, autonomia ed emancipazione, al di fuori da ogni legame o appartenenza di gruppo. Nel lavoro, per la ricercatrice Aur Enza Galluzzo, i giovani laureati umbri sono adattabili ed intraprendenti, resistenti e allenati al cambiamento. Soprattutto si caratterizzano per la carica di entusiasmo rispetto a ciò che fanno. Per i giovani laureati la “stabilità” occupazionale non coincide necessariamente con il tempo indeterminato o con la libera professione e quindi la percezione di precarietà non è determinata esclusivamente dalle categorie giuridiche, ma da una serie di valutazioni e riflessioni. La propensione a mutare il lavoro nel tempo è molto più alta rispetto al passato, il 50% dei giovani dichiara di voler cambiare attività (42%) o di esserne già alla ricerca (8%). Molti si sposterebbero da casa per un lavoro più qualificato, più gli uomini che le donne, quasi due terzi accetterebbe la prospettiva di un trasferimento permanente in altre regioni o all’estero. Rispetto alla valutazione sulla propria esperienza lavorativa, gli intervistati esprimono un giudizio positivo sull’influenza esercitata dagli studi universitari sul lavoro, ma circa la metà ha evidenziato una allocazione non adeguata al loro status e preparazione. La percezione della vivibilità nel lavoro e della realizzazione professionale presentano invece valutazioni positive più decise. In particolare nell’ambito della vivibilità del lavoro la dimensione che raccoglie il massimo favore medio riguarda la qualità delle relazioni interne all’azienda.