La produzione manifatturiera, in un mondo sempre più terziarizzato e nonostante continui a subire i contraccolpi della pesante crisi di questi anni, conserva tutta la sua centralità e strategicità. È quanto emerge dall’approfondimento sulla manifattura e i servizi avanzati in Umbria realizzato per il Rapporto economico e sociale dell’Umbria 2014 illustrato da Elisabetta Tondini, responsabile dell’Area processi e politiche economiche e sociali dell’Agenzia Umbria Ricerche, nel secondo appuntamento tematico del rapporto economico e sociale dell’Umbria 2014 che si è svolto a Palazzo Donini. Manifattura e servizi avanzati, ha sottolineato Elisabetta Tondini, rappresentano rispettivamente il 15% e il 9% del valore aggiunto regionale al 2010, con differenze strutturali che si riscontrano già a partire dalla formazione della produzione e dalla destinazione delle risorse disponibili. Secondo le elaborazioni dei dati più recenti disponibili, nel 2010, la produzione manifatturiera regionale è stata di circa 12 miliardi di euro, con il 48% di beni e servizi provenienti da fuori regione; l’offerta manifatturiera ha contato su ulteriori 11 miliardi di beni e servizi importati. Una dipendenza, ha rilevato, tipica dei sistemi di piccole dimensioni. Gli impulsi generati dalla domanda aggregata manifatturiera sono riusciti a produrre, innescando effetti a catena, oltre il 30% del Pil regionale, circa 15 miliardi di euro: un impatto forte, che sarebbe ben più elevato se non fosse che oltre la metà dei benefici (circa 8 miliardi di euro) è andata a vantaggio delle altre regioni, quelle da cui l’Umbria dipende per l’approvvigionamento dei beni e servizi necessari alla produzione manifatturiera. Sul fronte occupazionale, la stessa domanda finale manifatturiera è riuscita a generare oltre un terzo delle unità locali della regione. Nel caso dei servizi avanzati (quali editoria, telecomunicazioni, attività legali, consulenza di gestione, contabilità, studi di architettura, ricerca scientifica e sviluppo), l’offerta complessivamente disponibile in Umbria nel 2010 è stata di oltre 4 miliardi e mezzo di euro; per circa 3/5 è stata impiegata dal sistema locale. La domanda finale collegata ai servizi avanzati ha generato il 7,3% del Pil regionale (oltre 1 miliardo e mezzo e il 9% delle unità di lavoro. Dal confronto tra i due comparti emerge che la domanda manifatturiera umbra riesce ad attivare quasi un quarto del valore aggiunto prodotto dai servizi avanzati umbri e il 37% delle unità di lavoro relative. Effetti di analoga portata vengono prodotti sul fronte dei servizi più tradizionali, a sottolineare la forza trainante che la produzione di “cose” esplica sul terziario. Lo sviluppo – sono le conclusioni – pretende contenuti sempre più ampi di conoscenza e innovazione: in questa direzione, la manifattura diventerebbe più competitiva e, anche attraverso una espansione della sua capacità esportativa, amplificate sarebbero le ricadute benefiche su tutto il sistema.

Francesco Musotti dell’Università degli studi di Perugia ha analizzato il comparto agroalimentare che, ha rilevato, conserva un’ampiezza relativa superiore alla media nazionale come ammontare di produzione lorda, valore aggiunto e unità di lavoro nonostante abbia subìto un ridimensionamento dal 2000 al 2010. Molto elevato è il grado di apertura agli scambi con le altre regioni italiane e l’estero. Sia dal lato dello smercio, che da quello degli acquisti, la quota, rispettiva, dell’export e dell’import supera l’85%. Quanto al settore delle costruzioni, analizzato da Sergio Sacchi dell’Università di Perugia, con un’incidenza del 7% sul totale del valore aggiunto prodotto in Umbria nel 2012 il comparto si conferma ancora oggi parte importante dell’economia regionale. Se la crisi della finanza pubblica e le difficoltà delle famiglie hanno condizionato il mercato delle opere pubbliche e quello delle abitazioni, con una riduzione delle imprese attive, tuttavia, con 12.163 unità attive alla fine del 2013 il comparto continua a rappresentare quasi un quinto (il 18,8%) del totale delle imprese attive in Umbria. Altro settore strategico nelle politiche europee e regionali, quello delle fonti di energia rinnovabili presentato da Paolo Polinori dell’Università di Perugia. Per l’Umbria, ha rilevato, questo settore riveste un ruolo cruciale nelle politiche di sviluppo sebbene in un’ottica integrata in cui la razionalizzazione dei consumi e l’incremento dell’efficienza energetica hanno un peso determinante. C’è una forte dipendenza del tessuto produttivo regionale dall’input energetico, evidenziata anche dal consumo elettrico nazionale per addetto che in Umbria è pari a 1,75 quello nazionale. Circa il raggiungimento degli obiettivi del Pacchetto clima energia 20-20-20, l’Umbria mostra un marcato dinamismo che fa assumere come assolutamente raggiungibili gli obiettivi di breve termine fissati dall’Unione europea: la politica energetica regionale e lo sviluppo della filiera industriale delle energie rinnovabili – secondo lo studio – potrebbe consentire il raggiungimento dell’obiettivo del 13,7% di consumo energetico finale da fonti rinnovabili già prima del 2020, disegnando uno scenario che si attesterebbe sul 15%.

Altro comparto importante, quello delle industrie culturali e creative, analizzato da Andrea Orlandi dell’Aur. In Umbria insistono 5.465 imprese culturali e creative, il 25% delle quali industrie culturali in senso stretto e il 70% costituite dalle cosiddette imprese creative le quali producono la maggior parte della ricchezza dei sistemi produttivi culturali delle regioni della cosiddetta Terza Italia (compreso quello umbro), probabilmente – è l’analisi di Orlandi – perché più legate alla veicolazione culturale della tradizione manifattura di quei territori. Le imprese culturali e creative umbre hanno svolto un’importante funzione anticiclica negli anni della crisi economica: dal 2009 al 2013, infatti, è cresciuto del 2% il numero delle Imprese attive e del 12,5% gli addetti. Anche in questo caso, sono le imprese creative ad essere cresciute, mentre quelle culturali hanno subito la crisi (in particolare quelle legate all’editoria e alla stampa: -4,5%). In questo quadro gli spiragli di luce: le imprese giovanili rappresentano il 10% di quelle umbre e lavorano prevalentemente nelle attività di comunicazione, nell’editoria, nel design, ma soprattutto nei settori più legati alla dimensione artigiana. C’è una particolare attenzione dei giovani alle possibilità espansive del made in Italy legato alla valorizzazione/rielaborazione della cultura materiale del territorio, ad esempio per le ceramiche. Le imprese femminili rappresentano il 28%. Le imprese straniere, che sono il 5%, hanno dimostrato particolare vivacità negli ultimi anni (sono cresciute del 6% solo nel 2013, anno di crisi per il sistema imprenditoriale umbro). Il sistema produttivo culturale umbro, ha rilevato ancora Orlandi, si caratterizza per la prevalenza della dimensione creativa e artigianale su quella propriamente culturale. Accanto a “distretti” più consolidati (l’editoria nel tifernate e la ceramica a Deruta e Gualdo Tadino), emerge ormai chiara la tendenza in molti piccoli comuni a specializzarsi nei settori ascrivibili alla cosiddetta “Industria del gusto”: a Bevagna e Amelia quasi l’80% degli addetti totali nei settori ICC lavorano nella filiera dell’enogastronomia, a Nocera Umbra il 74%, a Umbertide, Castiglione del Lago, Orvieto il 64%. Emergono, inoltre, esperienze significative nei settori più legati all’innovazione (il design a Spello, la produzione di software e videogiochi a Corciano e Terni).